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Dieci giorni dedicati al cinema e agli autori.

Non parto dall’inizio, parto dalla metà, descrivendo quello che è l’evento che aspettavo da un anno intero.

Domenica, mi sveglio al mattino presto, mangio una cosa al volo e bevo un caffè lungo, mi dirigo a passo veloce verso la stazione della metropolitana, timbro il biglietto e mi tuffo nel mare di persone del vagone. Caldo, profumi, tanfo di chiuso, un leggero velo di sudore che mi copre la fronte, parole e suoni che si intrecciano fra di loro mentre l’ansia di arrivare in tempo all’Auditorium  sale e si impadronisce di me.

La giornata  alla festa del cinema di Roma è dedicata a Bret Easton Ellis, autore cult di “American Psycho”,e manco a farlo apposta,  l’atmosfera sembra quella di un capitolo di uno dei suoi libri.

In conferenza stampa, lui, uno degli scrittori contemporanei più venerati e odiati, arriva con  polo scura (rigorosamente Lacoste)  jeans e scarpe da ginnastica. Appare tranquillo, disponibile, ma dopo dieci minuti confessa che vedere tutta questa gente sta per provocargli un piccolo attacco di panico.

Si parla di “White”, il suo nuovo libro, un saggio-confessione che contiene i suoi pensieri su politica, cinema, letteratura e web.

Ellis non fa sconti a nessuno, parla a ruota libera dei suoi film e libri preferiti, dei suoi (tantissimi) progetti futuri che  spera vedano la luce, suda, fa battute e strizzatine d’occhi, poi finalmente arriva la domanda: “In White si parla tanto di social network, che cosa pensi dell’impatto dei social sulla vita di ognuno?”

Easton Ellis risponde che i social network sono un luogo virtuale in cui “è normale ricevere insulti” e che  le nuove generazioni vivono nel terrore e con il telefono in mano.

Forse si tratta dell’ennesima provocazione di uno degli autori che meglio hanno saputo raccontare la follia occidentale degli ultimi trent’anni (Trump era l’eroe del protagonista di American Psycho). Il fatto è che anche il buon Bret  è un personaggio estremamente attivo sia su Twitter sia su Instagram,oltre ad avere creato un podcast in cui intervista registi e scrittori, pubblica recensioni e scrive considerazioni che spesso hanno l’effetto di una vera e propria “bomba”sganciata nella civiltà digitale.

Occorre soffermarsi su un punto, non soltanto lo scrittore americano ha parlato di comunicazione e di internet, quest’anno l’intero festival ha proposto, oltre a delle belle retrospettive di alcuni classici e di nuovi registi importanti come il giapponese Hirokazu Kore-eda, una serie di titoli che con il mondo del digitale hanno molto a che fare, come l’adattamento di “Antigone” che riprende in parte la tragedia di Sofocle contestualizzandola in epoca moderna e sottolineando come un’immagine pubblicata su Facebook o più in generale sulla rete, possa influenzare la coscienza di tantissime persone, sia nel bene sia nel male.

In un film come “The Waves” la principale svolta narrativa si avrà grazie ad Instagram, mentre,

entrando poi nel vivo del festival, Martin Scorsese ha presentato  il suo ultimo, magistrale film “The Irishman” opera  della durata di 210 minuti che in sala rimarrà alcuni giorni e che sarà disponibile su Netflix dal 27 novembre.

E’ evidente che anche un grande maestro del cinema abbia scelto, per libertà produttiva e forse anche per amore della sperimentazione, di approdare con la sua ultima opera in un canale di distribuzione internet.

Il cinema, così come la letteratura e le altre forme d’arte, deve essere specchio del mondo, e in questa quattordicesima edizione del festival è emerso un interesse maggiore nei confronti della comunicazione digitale, basti pensare alla sponsorizzazione del festival via social, che è diventata sempre più massiccia  rispetto all’anno scorso, oppure  alla selezione dei film che, come già detto in precedenza, parlano delle nuove tendenze e dell’importanza della rete, non solo in ambito di fiction, ma anche nei documentari.

Nei manifesti dei film e degli eventi sparsi in tutto l’Auditorium, i simboli di Instagram, Twitter e Hashtag vari sono sempre più visibili sotto i titoli delle opere per richiamare l’attenzione di chi guarda.

Segnali chiari che il mondo sta andando, da un po’ di tempo a questa parte, verso opportunità che spaventano alcuni ed esaltano altri.

Qual è dunque il segreto, o meglio, la domanda da porsi alla luce di queste considerazioni?

Credo che non esista una risposta adeguata, non c’è una formula o una teoria che valga per ogni strategia di comunicazione.

Questa edizione del Festival mi ha fatto riflettere su quanto sia fondamentale una buona comunicazione web al giorno d’oggi, su quanto sia importante abbracciare il mondo dei social con spirito di avventura e di ricerca, come veri e propri esploratori che partono per scoprire nuovi orizzonti.

Ormai tutti possiedono un account in una piattaforma, ormai i social sono penetrati talmente tanto nel tessuto sociale da creare un vero e proprio mondo parallelo, una sorta di Matrix in cui tutti sono presenti più o meno attivamente.

Le nuove generazioni non si pongono nemmeno il dubbio di essere o non essere (come diceva Shakespeare) su Instagram o Facebook, se mai si pongono la domanda: “Come posso emergere in un mondo così complesso e sfaccettato?”

Dovremmo tutti partire da questa considerazione, affrontare questa continua rivoluzione senza paura, cercando di non immaginarci come vittime di una qualche intelligenza artificiale comandata da un signore oscuro che danneggia le nostre coscienze, ma piuttosto come parte attiva del cambiamento del mondo, uno specchio in cui guardarci mentre osserviamo gli altri, avendo chiara la nostra identità, rendendola inattaccabile da qualunque hacker, e  cercare  di scoprire quello che possiamo fare per migliorare la nostra professionalità e perché no, anche la nostra vita e quella delle altre persone.

Il confine fra la sala cinematografica e la distribuzione in streaming si sta assottigliando sempre di più, perché non provare ad estendere il discorso anche in tutti gli altri campi? Perché non provare a superare i propri confini mentali e rivoluzionare la propria attività?

C’è un detto che dice “tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura”, certo non possiamo sapere se quello che scopriremo sarà bello o brutto, ma non ci resta che provare.

 

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